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Il piacere nella Bellezza

Il piacere nella Bellezza

PERCHÉ L'ARTE CI RENDE FELICI?

 

  • Ti sei mai chiesto cosa accade quando i nostri occhi incontrano un’opera d’arte?
  • Cosa fa nascere in noi la sensazione di piacere e di apprezzamento del bello?
  • Come può un artista –attraverso la sua opera- riuscire a suscitare emozioni profonde nell’osservatore? 

Nel 1994, il neuroscienziato Semir Zeki e l’artista Matthew Lamb pubblicano sul numero 117 della rivista “Brain” un articolo intitolato “The Neurology of Kinetic Art”. (1) 

Nasce la Neuroestetica: ovvero la disciplina che studia le basi neurali dei processi cerebrali coinvolti nella realizzazione di un’opera d’arte e del suo godimento.

Semir Zeiki ritiene che l’artista sia un neurologo inconsapevole in quanto possiede la capacità di astrarre la realtà e rielaborarla attraverso il processo creativo, svolgendo una ricerca dell’essenziale.

L'artista è in grado di cogliere l'universalità della forma e proporla in modo visibile, comunicando e rendendo riconoscibile, in questo modo, l’essenza di quanto è riprodotto.

Ciò è possibile perché la visione non si realizza a seguito di un’impressione passiva di immagini sulla retina bensì si produce come conseguenza di una attività di scambio tra l’osservatore e ciò che è osservato.

L’atto della visione consente di cogliere la struttura complessiva dell'oggetto. Attraverso il confronto con informazioni visive immagazzinate, il cervello sceglie quelle caratteristiche che rendono riconoscibile un oggetto allo stesso modo di un pittore che, accingendosi alla sua opera, ne stabilisce i criteri esecutivi e espressivi.

 

L'ARTISTA CI INSEGNA A VEDERE

Come afferma Semir Zeki, compito della visione è quello di afferrare le caratteristiche permanenti ed essenziali del percetto, rendere visibili le strutture delle qualità primarie (la “triangolarità” del triangolo, la circolarità della testa).

Ciò non significa ridurre l’arte, anzi: sta di fatto che se il nostro cervello non operasse secondo i meccanismi con cui funziona, non sarebbe nemmeno possibile per noi realizzare arte o apprezzarla: tali  meccanismi -infatti- rappresentano un prerequisito biologico indispensabile affinché il fenomeno artistico appaia.

Altrimenti non saremmo nemmeno in grado di percepire forme e colori. 

Poiché l’arte è un prodotto del cervello essa obbedisce alle sue leggi.

Così l’artista “ci insegna a vedere” in quanto rappresentando le caratteristiche costanti, durevoli, essenziali e stabili degli oggetti ce le rende manifeste.

L’artista ci rende visibile l’essenza, attraverso la rappresentazione di un oggetto è capace di ritrarne l’anima, suscitando nell’osservatore partecipazione, commozione, riconoscimento.

Talvolta, l’artista sembra svelare aspetti mai considerati, apre un mondo, seziona un’esperienza e la palesa, sorprendendo lo stesso osservatore gli rende visibile ciò che prima non era, dà parola a ciò che tace, rende musica un colore.

 

L'OPERA D'ARTE È COME UN TESTO

L’opera d’arte è un tessuto di simboli  che raccontano la storia delle cose.

È come uno schermo su cui si proietta una narrazione che è in parte di chi l’ha concepita e in parte di chi la osserva, è un dialogo, un mezzo di connessione e crescita.

Attraverso l’opera d’arte l’artista ritrae la relatività di ciò che è visibile perché rende manifeste qualità latenti.

L’efficacia dell’opera d’arte si manifesta proprio quando diviene ritratto di un pensiero che dialoga con il pensiero di chi la osserva, quando stabilizza un riconoscimento.

È pari a un’agnizione: il momento del riconoscimento dell’ identità di un personaggio che, nel teatro classico, permetteva la soluzione dell’intreccio narrativo.

Nell’immagine figurativa si proietta un’esperienza, quella a cui l’artista ha dato voce, affinché potesse essere riconoscibile, affinché chi ne fa esperienza potesse ascoltare la propria voce, il proprio sentire.

 

L'ARTE E LO SGUARDO DELL'OSSERVATORE

L’arte manifesta se stessa quando si fonde con lo  sguardo di chi la osserva, allora si vivifica, si autoricrea. Nel dialogo esprime il suo fulgore.

Cosa è di Monna Lisa quando la sala del Louvre in cui è esposta è chiusa?

Viene nuovamente alla luce quando la sala si rianima di visitatori, quando l’enigma di quel sorriso su cui tanti si sono interrogati incontra nuovamente occhi che l’ammirano?

Allora, celebra il gesto di chi l’ha creata, testimonia il messaggio di chi l’ha pensata  e resa visibile.

Palesa e trasferisce un’intenzione, mostrandosi innamora.

 

L'ARTE E IL SISTEMA DI RICOMPENSA

Cosa determina la sensazione di piacevolezza  e benessere che ci appaga quando siamo al cospetto di un‘opera d’arte?

Zeiki ha condotto diversi esperimenti in proposito e utilizzando tecniche di brain imaging ha dimostrato come il piacere estetico sia connesso con quella parte del nostro cervello nota come sistema della ricompensa.

Durante uno di questi esperimenti un gruppo di volontari è stato sottoposto alla visione di capolavori dell’arte realizzati da artisti del calibro di Leonardo, Botticelli, Monet, Cezanne.

Attraverso l’utilizzo di MRI (imaging in risonanza magnetica) è stato possibile osservare un aumento del flusso sanguigno alla corteccia media orbitofrontale, con una conseguente maggiore produzione di  dopamina nelle aree associate all’amore romantico e al piacere.

Altro dato interessante è che le reazioni sono state analizzate come più intense in proporzione alla bellezza dell’opera d’arte.

“Ci sono stati nuovi progressi molto significativi nella comprensione di ciò che accade nel nostro cervello quando osserviamo le opere d'arte. Abbiamo recentemente scoperto che quando guardiamo cose che consideriamo belle, vi è una maggiore attività nei centri di ricompensa del piacere del cervello”, ha dichiarato S. Zeki. (2)

L’arte ricompensa, l’arte fa stare bene, l’arte entra in noi e ci riempie di bellezza liberando sensazioni di piacere.

Quel soprassalto di soddisfazione che –secondo il neurobiologo Vilayanur S. Ramachandran-  fa esclamare al cervello: “Ecco!” (3) quando l’opera, soddisfacendo le leggi universali dell’arte, raggiunge il nostro cervello emozionale.

Molte conferme scientifiche giungono dalle applicazioni dello studio dei neuroni specchio, cioè quella classe di neuroni  che si attiva quando compiamo un’azione ma anche quando osserviamo un altro soggetto che compie un’azione.

Infatti, il meccanismo della “simulazione incarnata” nell’uomo si attiva non solo quando si compie o si osserva un’azione ma anche quando semplicemente la si intuisce o la si osserva raffigurata.

Proprio così: anche quando la si osserva ritratta.

Nel 2007, il neuroscienziato Vittorio Gallese dell’Università di Parma e lo storico dell’arte David Freedberg della Columbia University di New York hanno dimostrato che la risposta empatica corporale è valida anche davanti all’opera d’arte rappresentativa. (4)

Ciò conferma il ruolo centrale dell’artista nella costruzione di benessere e come afferma il neurobiologo Luca Francesco Ticini testimonia che “il piacere estetico, il desiderio e il benessere sono legati a doppio filo, almeno dal punto di vista neurobiologico.” (5)

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1) S. Zeki, M. Lamb; The neurology of kinetic art; Brain; Jun 1994; 117;  Pt 3;607-36.

2) S. Zeki in TheTelegraph in May 2011, Uk.

3) Vilayanur S. Ramachandran; L'uomo che credeva di essere morto; Mondadori; 2012.

4) D. Freedberg - V. Gallese; Motion, Emotion and Empathy in Esthetic Experience, Trends in Cognitive Science,  May 2007, Vol. 11, No. 5, pp. 197-203.

5)  L. F. Ticini - Neuroestetica: le basi neurobiologiche della bellezza e del benessere in Cultura e salute La partecipazione culturale come strumento per un nuovo welfare;  a cura di Grossi, E., Ravagnan A. ; Springer; 2013; p. 165.

Nell'immagine: Sandro Botticelli - La nascita di Venere; c. 1482-85 - Firenze, Galleria degli Uffizi


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