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Salvador Dalì e la psicologia del tempo

Salvador Dalì e la psicologia del tempo

LA NASCITA DELL'IDEA DI TEMPO 

Quando nasce l’idea di tempo nell’uomo?

A quale età passato presente e futuro divengono concetti noti e classificabili?

Approssimativamente: a 18 mesi, il bambino è in grado di dire (e dunque pensare) “adesso”, a due anni “presto”, a tre “domani” e “ieri”.

Intorno ai 7-8 anni l’idea di successione inizia a coordinarsi con quella di durata.

A questo punto, da semplice proiezione di desideri, la percezione del futuro si perfeziona e il senso del passato si consolida.

Nella nostra società, entro il decimo anno di età, il bambino impara a riconoscere nel tempo, il simbolo sociale di un’istituzione, e impara, allo stesso modo, a riconoscerne il carattere eterocostrittivo.

La determinazione del tempo è frutto di un apprendimento radicato in maniera così tenace nella psiche dell’uomo da apparire, in seguito, come parte di una conoscenza innata.

Eppure, l’autoregolazione che si serve del tempo non è un dato biologico, bensì un aspetto della struttura sociale della personalità.

Un bambino diviene adulto integrandosi in un gruppo sociale in possesso di regole, conoscenze, credenze.

Durante il primo anno di vita, per il bambino, tempo e spazio sono concetti associati e, spesso, confusi.

Anche se egli impara a destreggiarsi prima con l’idea di spazio che con quella di tempo.

Rispetto allo spazio, inoltre, la percezione del tempo viene maggiormente influenzata dallo stato interiore del soggetto (bambino o adulto che sia).

Le valutazioni relative alla durata, infatti, possono variare da individuo a individuo, a seconda delle circostanze: ad esempio, la noia o la paura “rallentano” il trascorrere del tempo, mentre, l’attenzione, la motivazione, l’identificazione, generano l’effetto opposto.

“Ci sono realtà che ci coinvolgono, nelle quali il tempo sembra interminabile, mentre in altre il tempo scorre senza che ce ne accorgiamo. In entrambi i casi siamo noi a creare questa dimensione del tempo.” (1) 

 

SALVADOR DALÌ E LA RELATIVITÀ DEL TEMPO

Nel celebre dipinto del 1931 “La persistenza della memoria”  Salvador Dalì rappresenta un paesaggio costiero della Costa Brava, nei pressi di Port Lligat.  

Sebbene nella scena, sovrastata da un cielo giallo e celeste, siano presenti diversi oggetti: un parallelepipedo, un ulivo spoglio, un occhio dormiente e un plinto blu sullo sfondo, l’occhio dell’osservatore è catturato da tre orologi molli che assumono, liquefacendosi, la forma dei loro sostegni.

Un quarto orologio mantiene la sua forma ma è assalito da formiche (verso le quali Dalì nutriva una fobia e che, qui, rappresentano l’annullamento dell’oggettività del tempo).

Nell’opera non ci sono presenze umane, a accezione della forma dormiente sul terreno che potrebbe rappresentare un autoritratto dell’artista.

Dalì, influenzato dal pensiero di Sigmund Freud,  riflette attraverso una rappresentazione onirica sulla relatività del tempo: il moto cadenzato dagli orologi pretende di misurare oggettivamente un dato che è soggettivo.

Due anni prima dell’esecuzione del dipinto Albert Einstein aveva scritto :

“Quando un uomo siede due ore in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa rovente per un minuto e gli sembrerà che siano passate due ore. Questa è la relatività." (2)

I tre orologi, sul punto di sciogliersi,  indicano l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere muta in base alle diverse percezioni.

Ad esempio, nei tempi onirici la logica della successione non è rispettata e i nostri orizzonti conoscitivi si ampliano all’interno di un tempo condensato, tempo senza l’orologio.

Percorsi veloci e lenti si intersecano tra loro ed è così possibile percorrere distanze enormi, anche indietro negli anni.

 

IL DOMINIO DEGLI OROLOGI NELLA SOCIETÀ URBANA 

La percezione del trascorrere del tempo è aspetto fondamentale dell’esperienza interiore di ogni uomo.

E la determinazione del tempo ha, per ciascuno, una funzione fondamentale, in quanto il tempo costituisce un essenziale mezzo di orientamento e un’istituzione sociale fortemente simbolica (diversa a seconda del grado di sviluppo sociale del gruppo all’interno del quale si determina).

“In particolare, nelle società urbane, gli orologi vengono costruiti e usati in un modo che ricorda da vicino la costruzione e l’uso delle maschere in molte società pre-urbane: si sa che sono state fatte dagli uomini, ma vengono vissute come se rappresentassero una esistenza extraumana. Le maschere sembrano essere l’incarnazione degli spiriti, gli orologi appaiono come l’incarnazione del “tempo”; la frase convenzionale che si usa nei loro confronti è: indicano il “tempo”. La domanda è: cosa indicano esattamente gli orologi?”. (3)

Presso ogni società urbanizzata esiste ed è particolarmente sentito da ogni individuo, il “dominio degli orologi”.

Il bisogno sociale di determinare il trascorrere del tempo, insomma, non può essere evitato, né negato.

Allo stesso modo, risulta essere necessario  dovere accordare il proprio comportamento con il “tempo” del gruppo di appartenenza.

Perché questo avviene? Come è possibile che un concetto eserciti una costrizione tanto forte sugli uomini?

Ti invito -se desideri approfondire- a leggere questo articolo.


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1) S.; La rappresentazione sociale del tempo; Angeli; Milano; 1988; p.12.

2) "When you sit with a nice girl for two hours you think it's only a minute, but when you sit on a hot stove for a minute you think it's two hours. That's relativity." Riguardo alla fonte di questa citazione di Einstein consulta: https://quoteinvestigator.com/2014/11/24/hot-stove/

3) ELIAS N.; Saggio sul tempo; Il Mulino; Bologna; 1986;p. 14.


Nell'immagine: Salvador Dalì - La persistenza della memoria, 1931

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