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La bellezza delle piccole cose

La bellezza delle piccole cose

Vermeer

Finchè quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo

Wistawa Szymborska
dalla raccolta "Qui" , 2009

 

VEERMER E LA POESIA DEL QUOTIDIANO

I dipinti di Vermeer ritraggono scene di vita quotidiana che -però- non cedono mai il passo alla banalità.

Essi parlano di silenziosa poesia, celebrando gesti semplici.

Gli stessi gesti che compie o può compiere ciascuno spettatore e che parlano della sacralità di un tempo che sembra celebrarsi nell’attimo.

Come in quello sguardo concentrato che osserva il liquido scorrere del latte dalla brocca alla scodella.

Nel dipinto “La Lattaia”, l’artista olandese ci mostra la bellezza delle piccole cose.

Nella semplicità della scena ritratta sembra esistere qualcosa che non vediamo ma che avvertiamo e che Vermeer ci consegna: il sentimento -che non si sostanzia in una realtà concreta ma che permea l’opera e ci raggiunge.

La luce proveniente da sinistra guida lo sguardo verso quelle mani che controllano il gesto del versare, illuminando lo scorrere del bianco liquido che fluisce sottile.

Vermeer non ha mai dipinto niente che non potesse esistere,  eppure nel suo dipinto parlano voci mai ritratte.

Parla quella quiete meditativa che induce a rallentare e a concentrasi sul processo.

Parla quell’emozione concentrata che guida l’azione.

Parlano anche le cose: il vetro della finestra rotto, la brocca lucente sul tavolo, il pane che appare fragrante, la gerla appesa alla parete, il paiolo d’ottone, l’umido della parete, il chiodo a cui non è appeso nulla.

E parla lo scaldino che, sul pavimento, tra le briciole, racconta di calore, in dialogo con le mattonelle dipinte con motivi di piccoli cupidi. 

Parla anche ciò che fu cancellato: una carta geografica appesa alla parete e che, nell’esecuzione dell’opera, Vermeer eliminò: quasi a volere escludere l’esterno da una scena così intima.

Parla il silenzio.

Con straordinaria  arte -e senza nessuna retorica- Vermeer ci presenta la poesia delle cose familiari, la bellezza dei piccoli gesti e delle piccole cose.

 

LA RISCOPERTA FRANCESE DI VEERMER

Eppure la sua opera è stata a lungo semisconosciuta: nella stessa sua epoca, egli non fu una stella come Rembrant bensì uno dei tanti pittori che, nel XVII secolo,  lavoravano in Olanda.

I suoi dipinti erano destinati alla visione privata, erano destinati a ornare le pareti di discrete case borghesi.

È stata l’avanguardia francese a salvarlo dall’oblio; la riscoperta di Vermeer -infatti- fa parte della storia dell’arte moderna francese.

In quel periodo,  in Francia, si poneva attenzione al vero, al quotidiano, si era sensibili alla pittura della gente comune, nei luoghi comuni.

Si pensi  a “ Il bar delle Folies-Bergère ” di Édouard Manet, realizzato nel 1881-1882, o  al “Boulevard Montmartre di notte “ dipinto, nel 1897, da Camille Pissarro.

L'opera che favorì la riscoperta di Vermeer, anche da parte di un pubblico non specialistico, fu La “Veduta di Delft “ (1660-61), amata particolarmente anche da Marcel Proust.

Il 18 ottobre del 1902, Proust vide per la prima volta il dipinto.

Da quel giorno, come scrisse in seguito, egli seppe quale fosse il quadro più bello del mondo. Nel 1921, vent’anni dopo, rivide il dipinto e rese l’emozione nella sua “Recherche” con le parole del personaggio dello scrittore Bergotte, il quale  riteneva esistesse nel quadro un piccolo particolare, dove è rappresentato un muro giallo, un  “piccolo lembo di muro giallo con tettoia” (1) in cui è ritratta  la bellezza che può bastare a se stessa.

 

LE PICCOLE COSE SONO FORSE LE PIÙ GRANDI?

Vermeer racconta della quieta bellezza del quotidiano, la bellezza di quelle azioni che compiamo ogni giorno e che sono espressione spontanea dei nostri sentimenti.

In un’epoca come quella attuale, in cui veniamo continuamente bombardati da messaggi che ci invitano a un certo modo di pensare in grande (che in sostanza corrisponde a un modello materialistico e consumistico di esistenza), l’opera di Vermeer può ricordarci che le piccole cose della vita sono -in realtà- assai grandi.

In un periodo in cui è facile sentirsi esausti nel tentativo di rispondere a modelli indotti è importante ricordare ciò che realmente nutre il nostro spirito: 

  • ogni sera, abituiamoci a riportare alla memoria uno o più momenti che abbiamo vissuto durante la giornata che ci hanno lasciato un sensazione piacevole.
  • Abituiamoci a ricordare uno sguardo, una carezza, un gesto, compiuti o ricevuti durante la giornata, che ci hanno provocato un sorriso.
  • Prima di addormentarci, passiamo in rassegna la giornata e soffermiamoci su un attimo sereno, visualizziamolo, "respiriamolo", immaginiamolo entrare in noi mentre inspiriamo, sentiamolo riempire il nostro corpo insieme all'aria e poi espiriamo profondamente. Sicuramente ci addormenteremo cullati da uno stato di serenità che porterà benessere al nostro sonno e al nostro risveglio.

Soffermiamoci nel momento per custodire la poesia dell’istante.


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1) Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata dal museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro ch’egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non si ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’di patate, uscì di casa e andò alla mostra. Sin dai primi gradini che gli toccò salire, fu colto da vertigini. Passò davanti a parecchi quadri ed ebbe l’impressione dell’aridità e inutilità di una pittura così artificiosa, che non valeva le correnti d’aria e di sole di un palazzo di Venezia o di una semplice casa in riva al mare. Alla fine, fu davanti al Vermeer, che ricordava più smagliante, più diverso da tutto quanto conoscesse, ma nel quale, grazie all’articolo del critico, notò per la prima volta dei piccoli personaggi in blu, e che la sabbia era rosa, e – infine – la preziosa materia del minuscolo lembo di muro giallo. Le vertigini aumentavano; lui non staccava lo sguardo, come un bambino da una farfalla gialla che vorrebbe catturare, dal prezioso piccolo lembo di muro. “È così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo.” Tuttavia, la gravità delle vertigini non gli sfuggiva. In una celeste bilancia gli appariva, ammucchiata su uno dei due piatti, la sua propria vita, mentre l’altro conteneva il piccolo lembo di muro così ben dipinto in giallo. Sentiva d’aver dato, incautamente, la prima per il secondo. “Non vorrei comunque diventare, si disse, il fatto saliente di questa mostra per i giornali della sera.” Mentre si ripeteva: “Piccolo lembo di muro giallo con tettoia, piccolo lembo di muro giallo”, crollò su un divano circolare; non meno bruscamente smise di pensare che era in gioco la sua vita e, tornando all’ottimismo, rifletté: “È una semplice indigestione, per via di quelle patate non abbastanza cotte; non è niente”. Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre ? Chi può dirlo? Certo, le esperienze spiritiche non forniscono – non più dei dogmi religiosi – alcuna prova che l’anima sussista. Quello che si può dire è che tutto, nella nostra vita, avviene come se vi fossimo entrati con un fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non vi è nessuna ragione, nelle nostre condizioni di vita su questa terra, perché ci sentiamo obbligati a fare il bene, a essere delicati o anche soltanto educati, né perché un artista ateo si senta obbligato a ricominciare venti volte qualcosa che susciterà un’ammirazione così poco importante per il suo corpo divorato dai vermi, come il lembo di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre ignoto, identificato appena sotto il nome di Vermeer. (Marcel Proust, La Prigioniera, in Alla ricerca del tempo perduto, traduzione di Giovanni Raboni, volume terzo, Mondadori, Milano 1989, pp. 586-588).


Nell'immagine: Jan Veermer - La Lattaia, 1658-1660 circa, Rijksmuseum, Amsterdam.

 

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